di Walter Veltroni — Italia, 2026, 105 minuti
Documentario
Con Giorgio Gherarducci, Marco Santin, Carlo Taranto, Antonio Albanese, Aldo Baglio, Claudio Bisio, Marcello Cesena, Paola Cortellesi, Fabio De Luigi.
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Trama
A quarant'anni dagli esordi sulle frequenze di Radio Popolare, la Gialappa's Band ripercorre la propria storia professionale in un film diretto da Walter Veltroni. Con il suo sguardo attento e originale, il regista attraversa quattro decenni di comicità, invenzioni e ironia, restituendo il percorso di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, tre protagonisti assoluti che hanno rivoluzionato il linguaggio dell'intrattenimento nel nostro Paese. "L'assurda storia della Gialappa's Band" esplora l'universo creativo della Gialappa's Band e il segno lasciato da una comicità unica, capace di attraversare le generazioni e diventare parte integrante della cultura popolare italiana.
Recensione
C'è una galleria di personaggi che, a distanza di anni, continua ad abitare la nostra memoria. Tafazzi, con la sua tuta nera da mimo e il sospensorio, impegnato a colpirsi con una bottiglia proprio lì dove fa più male. Una sorta di manifesto dell'autolesionismo nazionale, perché in fondo chi di noi non si è mai dato una martellata da solo? Felice Caccamo, improbabile giornalista sportivo napoletano, con il suo linguaggio pomposo e quella cravatta bucata dal chroma key che lasciava intravedere il golfo di Napoli. L'Ingegner Cane, visionario costruttore di ponti e grandi opere, capace di progettare qualsiasi cosa tranne, probabilmente, una mensola Ikea.
E ancora Nico, il sardo di Giovanni Storti, con una quantità improbabile di fratelli dai nomi sempre diversi, ma con un immancabile Franco. Peo Pericoli, l'ultrà milanista dalla giacca a quadrettoni, il basco rosso e il mono-sopracciglio, una caricatura così perfetta da rendere superflua qualsiasi spiegazione della sua ossessione calcistica.
Poi arrivava il mondo di «Ascolta un cretino!», con Micio, il procuratore che trafficava in calciatori di giorno e prostitute di notte; Pier Piero, ricchissimo e stralunato giardiniere interista di Arcore; Nives, pianista dalle allusioni sessuali decisamente poco velate; Carcarlo Pravettoni, spietato capitalista senza scrupoli, né morali né fiscali né ambientali. E, all'estremo opposto, Epifanio, candido e disarmante nella sua ingenua follia.
A tenere insieme questo universo c'erano tre voci, quelle di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto: la Gialappa's Band. Tre protagonisti della storia della televisione italiana che hanno compiuto una piccola rivoluzione senza mai avere bisogno di mettersi davanti alla telecamera. Hanno scardinato il linguaggio dell'intrattenimento, trasformando il commento in uno spettacolo e lo spettacolo in una forma di satira.
Mai dire Gol non è stato soltanto un programma televisivo. È stato un fenomeno di costume, capace di costruire un lessico condiviso, inventare tormentoni e consegnare alla memoria collettiva personaggi che ancora oggi riconosciamo al primo gesto, alla prima battuta, persino al solo accenno di una voce. Il gollonzo, la tocco piano, la sabongia: parole che hanno smesso da tempo di appartenere a una trasmissione per entrare nel linguaggio di tutti i giorni.
La vera intuizione della Gialappa's, però, è stata un'altra: capire che la televisione poteva essere osservata anche dall'esterno, diventando uno specchio deformante della società. Il calcio, con i suoi protagonisti, le sue liturgie e la sua seriosità spesso sproporzionata, offriva un terreno di caccia straordinario. Calciatori, allenatori, giornalisti e personaggi televisivi finivano tutti dentro lo stesso grande circo, dove il confine tra realtà e parodia diventava sempre più sottile.
La loro satira non aveva bisogno di costruire mostri o inventare situazioni assurde. Bastava puntare una telecamera, lasciare parlare i protagonisti e aspettare. Perché spesso il ridicolo era già lì, perfettamente confezionato, inconsapevole di esserlo.
Forse è proprio questo il segreto della longevità di Mai dire Gol: averci mostrato che dietro ogni personaggio grottesco, dietro ogni tic e ogni ossessione, c'era qualcosa di profondamente umano. Quasi tutti erano, a modo loro, degli idioti. Ma idioti memorabili, ai quali abbiamo finito per affezionarci.
E quando sembrava che quell'universo non potesse più produrre nulla di nuovo, è arrivato il Mago Forest. Uno che ha fatto dell'apparente imbecillità una disciplina artistica, portandola a livelli di assoluta eccellenza.